Author Archives : Elena

nitrificazione denitrificazione
Ricerca del 3,4 Dimetilpirazolofosfato nelle acque di ingresso ai depuratori
Alcuni presidi utilizzati in agricoltura, inibitori della nitrificazione, defluiscono nelle reti fognarie e possono interferire negli impianti biologici di depurazione

In ambito agricolo sono ampiamente utilizzati agenti inibitori della nitrificazione.

Gli inibitori della nitrificazione sono composti chimici in grado di rallentare il processo di ossidazione dell’ammoniaca a nitriti inibendo l’attività dei batteri del genere Nitrosomonas, bloccando cioè almeno parzialmente il primo dei due passaggi che portano alla genesi dei nitrati.
Tali composti permettono un rilascio più graduale dell’azoto presente nei concimi, quindi sono direttamente formulati con i concimi minerali. Nella stagione autunnale e primaverile aumenta il loro utilizzo in agricoltura.
Il deflusso delle acque su aree agricole raggiunge spesso le reti fognarie per confluire successivamente agli impianti biologici di depurazione.

Dimetilpirazolofosfato

Cromatogramma del Dimetilpirazolofosfato

L’ipotesi della ricerca svolta si basa sulla possibile influenza di tale molecola sulla popolazione microbica degli impianti biologici di depurazione delle acque reflue. Alcuni impianti di depurazione hanno infatti segnalato un peggioramento nel processo di nitrificazione in tali periodi dell’anno.

I trattamenti di nitrificazione sono necessari per la riduzione dei composti azotati nelle acque che confluiscono in corpi idrici superficiali; l’azoto e il fosforo sono nutrienti che, in quantità eccessive, possono provocare sviluppo algale, portando all’eutrofizzazione con degrado dei corpi idrici a basso ricambio (laghi, mari).

Il composto maggiormente utilizzato in agricoltura per quanto descritto è il 3,4-Dimetilpirazolofosfato.
Per la sua determinazione nelle acque in ingresso al depuratore è stata svolta un’indagine in letteratura seguita dalla messa a punto di un metodo analitico che prevede l’uso della cromatografia liquida (HPLC-UV) alla lunghezza d’onda di 230 nm.
La sensibilità raggiunta dall’analisi ha permesso l’iniezione diretta del campione senza preconcentrazione, con un limite di rilevabilità pari a 0,2 mg/L.
È così possibile individuare la presenza di inibitori della nitrificazione in acque in ingresso a trattamenti biologici a valori significativi che potrebbero interferire nel processo biologico di depurazione.

La ricerca nelle acque fognarie di composti che possano in diverso modo perturbare il processo biologico di depurazione è indispensabile per assicurare l’efficienza di questi impianti posti a salvaguardia dell’intero patrimonio idrico.

siti contaminati rischio chimico

LABArticolo pubblicato su “LAB Il mondo del laboratorio
bimestrale luglio/agosto 2015 n. 4 – pagg. 88/89
versione pdf: TA EST

Per l’analisi delle acque “sotterranee” i valori limiti di contaminazione in molti casi generano seri problemi analitici. In particolare il requisito per cui l’analisi deve avere una sensibilità, fissata dalla normativa europea, come non superiore ad 1/10 del valore limite, spesso non può essere perseguito per la presenza in laboratorio di interferenze anche “ambientali” o dovute al processo analitico adottato.

La necessità di caratterizzare le matrici ambientali (acqua, aria, suolo, ecc…) e la presenza di contaminanti potenzialmente pericolosi ha determinato nell’arco dei recenti anni notevoli sviluppi sul piano normativo e tecnico-analitico. Significativo in tal senso è che il Legislatore, sia nazionale che internazionale, tenda ad analizzare nominalmente i singoli composti chimici, superando classificazioni merceologiche per gruppi di composti (solventi, pesticidi, ecc.). Il livello di dettaglio identificativo ha portato anche all’introduzione di limiti diversificati con soglie sempre più basse.

Le metodologie analitiche e le strumentazioni di laboratorio si sono quindi evolute, consentendo di raggiungere livelli di rilevabilità estremamente bassi.

In questo scenario un caso emblematico è rappresentato dalla definizione di “contaminazione” delle acque sotterranee ed in particolare dalla ricerca di microinquinanti. Il Legislatore a tal proposito richiede (All. 2 Parte IV, D.Lgs. 152/06) le seguenti performance del metodo: “ANALISI CHIMICA DELLE ACQUE – Le analisi chimiche saranno condotte adottando metodologie ufficialmente riconosciute tali da garantire l’ottenimento di valori 10 volte inferiori rispetto ai valori di concentrazione limite”

Per le acque “sotterranee” i valori attribuiti alla soglia di contaminazione in molti casi generano seri problemi analitici nel garantire il requisito soprarichiamato; sono sufficienti anche modeste interferenze “ambientali”, perché il processo analitico non offra adeguati requisiti di affidabilità.

Le interferenze di carattere ambientale sono riconducibili a diversi fattori, basti pensare all’aria immessa in laboratori a compensazione di quella estratta. I laboratori chimici d’analisi non sono “camere bianche”, sono previsti indicativamente fra i 5 e i 10 ricambi d’aria/ora e, in base alla collocazione urbanistica del laboratorio, vengono introdotte microparticelle sospese o composti volatili generati dalle attività antropiche esterne.

La contaminazione in laboratorio

In un laboratorio di analisi ambientali operante da decenni, pur avendo isolato lo strumento per l’analisi dei metalli (ICP-MS) in un locale dedicato e climatizzato con estrazione di aria bilanciata, sono stati registrati, seppur in modo random, durante prove di ripetibilità, valori più elevati di metalli (alluminio, zinco, rame) senza una ragione apparente, ma attribuibile a giudizio degli analisti, al pulviscolo atmosferico immesso; per questo il laboratorio sta valutando di operare in camera con pressione positiva per evitare queste potenziali contaminazioni.

Altro fattore fonte di possibile interferenza, nelle indagini su microinquinanti nelle acque sotterranee, è rappresentato dall’uso di acque potabili con funzione di bianchi di taratura che pur presentando eccellenti livelli di qualità per l’uso umano, su alcuni parametri prevedono limiti più “permissivi rispetto a quelli assunti nella valutazione delle acque sotterranee.

Particolarmente significativa è la possibile contaminazione intrinseca al laboratorio stesso, generata cioè dalle specifiche operazioni svolte nel processo analitico, dalla preparazione del campione, all’uso di sostanze ed eventuali effetti “memoria” e contaminazioni incrociate.

Si riporta il caso della determinazione dei composti organoalogenati nelle acque sotterranee, ove il Legislatore pone limiti molto restrittivi (Tabella 1). Queste tre molecole sono ampiamente utilizzare in laboratorio; il cloroformio è un solvente utilizzato per l’estrazione dei tensioattivi anionici nelle acque di scarico (APAT CNR-IRSA, Metodo 5170, Manuale n. 29 del 2003), il diclorometano per l’estrazione di numerosi microinquinanti organici, il tetracloroetilene utilizzato per la determinazione in FT-IR.

Nel laboratorio sono state confrontate due rette di taratura per misure in GC/MS riferite a diclorometano (Figura 1) impiegato come reattivo in quel laboratorio e 1,1,1-tricloroetano non utilizzato come reattivo (Figura 2).

Le due rette di taratura confermano un eccellente grado di interpolazione dei valori ottenuti con gli standard, ma mentre per il tricloroetano l’intercetta non presenta criticità, per il diclorometano vi è un valore soglia sotto al quale non è possibile identificare alcun contributo. Tale comportamento è attribuibile, con molta probabilità, alla presenza e manipolazione di tale composto nel laboratorio ma, aspetto più importante, tale intercetta è superiore a 1/10 del limite fissato dalla normativa e pertanto viene meno il rispetto del requisito previsto per questa misura.

La misura del “Bianco”

La determinazione del “Bianco” di processo, prevista dalle metodiche analitiche, non elimina questa problematica, tracce di questi composti volatili sono riscontrabili, sia nelle acque bidistillate in uso presso i laboratori che in alcune acque minerali. La possibile contaminazione in tracce connessa all’attività di Laboratorio naturalmente non può prescindere dalla problematica posta dalle fasi di campionamento, trasporto e conservazione.

Molti metodi ufficiali per valutare possibili contaminazioni prevedono correttamente l’analisi dei “bianchi di campo”, “bianchi di lotto”, “bianchi di taratura”, analisi che andrebbero accompagnate da certificazioni con i relativi valori di incertezza.

Nell’ambito di analisi su matrici ambientali esposte alla possibile presenza di microcontaminazione, preme segnalare anche quanto disposto dalla NORMA UNI EN 12457-2:2004 per la prova di eluizione su matrici solide (terreni, rifiuti inerti ecc.).

Al punto 5.4 viene indicato che “L’eluato di tale prova in bianco deve soddisfare i seguenti requisiti minimi: nell’eluato della prova in bianco, la concentrazione di ogni elemento considerato deve essere minore del 20% rispetto alla concentrazione determinata nell’eluato del rifiuto sottoposto a prova o minore del 20% della concentrazione nell’eluato di un valore limite al quale deve essere confrontato il risultato della misurazione. Gli elementi da prendere in considerazione sono tutti elementi che devono essere determinati nell’eluato del rifiuto sottoposto a prova.”

E’ opportuno sottolineare che l’esito del test deve essere accompagnato dal rapporto di prova dell’analisi del Bianco per il quale la norma fissa precisi requisiti di validità.

L’esperienza condotta negli anni permette di avanzare alcune osservazioni:

–    il Legislatore tenga conto dei valori che non possono tecnicamente essere raggiunti sul piano analitico;

–    si eliminino le ricerche di parametri ubiquitari, la cui presenza ormai è nota sia per i metalli che composti volatili;

–    i risultati delle prove di analisi siano accompagnati dalle incertezze di misura e valori sui Bianchi. Si definiscano nelle metodiche in via generale, i criteri di accettabilità del Bianco e come eventualmente sottrarre tali valori dalle misure sul campione indagato.

Tabella 1 – Limiti dei composti organoalogenati nelle acque sotterranee

D.Lgs. n. 152/06Parere ISS 005569Limite di rilevabilità
Cloroformioμg/L0,150,015
Diclorometanoμg/L0,150,015
Tetracloroetileneμg/L1,10,11

 

Figura 1 – Retta di taratura per misure in GC/MS riferita a diclorometano

Diclorometano

 

Figura 2 – Retta di taratura per misure in GC/MS riferita a 1,1,1-tricloroetano

1,1,1-Tricloroetano

 

Contaminazione da agenti antiblastici in ambienti di lavoro sanitario
Monitoraggio della presenza di farmaci chemioterapici antiblastici in fase di preparazione e somministrazione in ambiente ospedaliero

Il Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n.81 Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro, tutela tutti i lavoratori contro i rischi per la salute e la sicurezza che derivano dagli effetti indesiderati dovuti all’esposizione ad agenti chimici pericolosi.
Molti farmaci rientrano a pieno titolo nell’ambito di queste sostanze pericolose; tra queste vi sono in particolare i farmaci neoplastici o antiblastici, medicinali che inibiscono e combattono lo sviluppo dei tumori.
Le attività ospedaliere, che prevedono la preparazione e somministrazione di suddetti farmaci, espongono potenzialmente gli operatori ad un pericolo, rendendo indispensabili campagne di monitoraggio degli ambienti di lavoro, al fine di accertare il livello di esposizione.
L’esposizione può avvenire per via respiratoria, per via cutanea e per ingestione.
Per il corretto svolgimento dell’indagine è necessaria una progettazione del campionamento, attraverso un’accurata analisi delle strutture e delle attività svolte dagli operatori.
Successivamente si procede con appropriate attrezzature alla verifica della contaminazione delle superfici, della qualità dell’aria e del materiale biologico.
Per determinare la concentrazione dei farmaci antiblastici aerodispersi si ricorre a campionatori personali e di area.
Per via cutanea, le molteplici possibilità di contaminazione vanno da un utilizzo non corretto dei DPI (dispositivi di protezione individuale), al verificarsi di eventi non prevedibili (rottura di flaconi), alla pulizia delle cappe e dei locali.
Il laboratorio EST ha messo a punto metodiche in HPLC (Cromatografia Liquida ad alte prestazioni) per la determinazione di alcune tra le molecole antiblastiche.
In particolare sono stati effettuati studi sui seguenti farmaci:

  •  5-Fluorouracile
  • Gemcitabina
  • Citarabina
  • Epirubicina
  • Metotrexato
  • Dacarbazina

Inoltre con altre tecniche analitiche, quali GC-MS e ICP-MS, sono stati condotti studi per la determinazione di:

  • Ciclofosfamide
  • Cisplatino

EST si propone come un unico interlocutore, dalla consulenza, al monitoraggio fino all’esecuzione dell’analisi, fornendo al Cliente una relazione finale comprendente planimetrie, materiale fotografico, report analitici e valutazioni finali.

SDS monitoraggio della formaldeide classificata cancerogena Rischio formaldeide
Monitoraggio della formaldeide in ambiente di lavoro
FORMALDEIDE FREQUENTE SOTTOPRODOTTO IN MOLTEPLICI PROCESSI INDUSTRIALI

FormaldeideIl regolamento (UE) n. 605/2014 modifica la classificazione della formaldeide, inserendola nella categoria cancerogena 1/B.
Questa decisione obbliga una revisione del documento di valutazione dei rischi (DVR) costringendo il datore di lavoro ad “evitare o ridurre”, per quanto tecnicamente possibile, l’utilizzo dell’agente cancerogeno.
Tuttavia non è sufficiente escluderne la presenza solo perché non utilizzata. La formaldeide, infatti, è un frequente sottoprodotto di numerosi processi industriali.

E’ quindi necessario svolgere un’attenta valutazione dei processi produttivi per poter escludere o valutare una campagna di monitoraggio della formaldeide.

Il laboratorio Est svolge rilevamenti in campo per la verifica della presenza della formaldeide con metodi ad elevata sensibilità e selettività quali:

  • Manuale Unichim 487:79 (metodo accreditato)
  • Metodo Niosh 2541:1994
  • Radiello ediz.0.1/03 campionamento passivo

I nostri tecnici sono a disposizione per qualsiasi chiarimento e valutazione non esitate a contattarci.

manufatti amianto

L’entrata in vigore delle norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto e alla dismissione dei relativi manufatti (Legge 257/92 e s.d.a.) ha stabilito gli adempimenti che devono essere messi in atto dai detentori di manufatti contenenti amianto (MCA).

Il Piano Regionale Amianto della Lombardia (PRAL – DGR VIII/001526 del 22/12/05) istituisce l’obbligo del censimento degli edifici nei quali sono presenti materiali o prodotti contenenti amianto .

E’ previsto che, dal momento in cui viene rilevata la presenza di MCA in un edificio, è necessario che il proprietario e/o il responsabile dell’attività che vi si svolge metta in atto un programma di controllo e manutenzione al fine di ridurre al minimo l’esposizione degli occupanti.

Il laboratorio Est:

  • svolge analisi su campioni massivi quali: materiali edili, coperture, pavimentazioni e materiali da coibentazione;
  • è abilitato dal Ministero della Salute per l’analisi delle fibre libere (Decreto Ministeriale 14/05/1996 Allegato n.5);
  • in particolare, partecipa al programma di controllo qualità organizzato dal Ministero della Salute per la determinazione delle fibre aereo disperse con tecnica in microscopia ottica in contrasto di fase (MOCF).

I tecnici Est, inoltre, svolgono campionamenti ed analisi delle fibre libere aereodisperse.

banner_homeEST condividerà le proprie esperienze in campo ambientale al workshop Fare i conti con l’ambiente patrocinato da ALA, associazione laboratori accreditati, che si terrà dal 25 al 27 settembre a Ravenna.
Evento su rifiuti, acqua, energia e non solo; un’occasione di approfondimento e di scambio a cui non mancare.

Per approfondimenti sul tema, visita la pagina dell’evento

Alla ricerca di PCB in campioni di fertilizzanti organici
Riflessioni in merito alle tecniche di purificazione precedenti l’analisi strumentale.

PCB

Come noto i PCB (Policlorobifenili) sono una famiglia di sostanze organiche, composta di 209 congeneri sintetizzati dall’industria fino agli anni ’80. Negli ultimi anni l’interesse nei loro confronti è cresciuto notevolmente poiché trattasi di composti persistenti, riconosciuti a livello internazionale come particolarmente stabili, tossici per l’uomo e per l’ambiente. Dodici dei 209 congeneri dei PCB sono definiti “dioxin-like”, cioè i loro effetti sulla salute umana sono analoghi a quelli evidenziati dalle diossine, presentano cioè caratteristiche di tossicità e cancerogenicità rilevanti.
Le applicazioni principali dei PCB videro un uso come: fluidi dielettrici in trasformatori (sistema chiuso), additivi per antiparassitari e ritardanti di fiamma (sistemi aperti). Si è ipotizzato quindi che, la contaminazione dell’ambiente sia diffusa e attribuibile a perdite accidentali nel terreno da trasformatori, spargimento in agricoltura, liquami provenienti dalle discariche ed emissione in atmosfera.
L’esposizione ambientale può avvenire principalmente attraverso cibi contaminati, in particolare dai grassi animali (“Diossine Furani e PCB” – APAT 2006). E’ chiaro che se i PCB entrano in contatto con l’uomo anche per via alimentare, è quindi fondamentale il monitoraggio della loro presenza nel suolo e nelle acque.
Il Legislatore, con il D. Lgs.152/2006, ha posto limiti particolarmente restrittivi alla presenza di PCB nell’ambiente  ad esempio:  0,06 mg/kg ss per terreni ad uso verde/residenziale e 5 mg/kg ss per terreni ad uso industriale.

Il laboratorio EST svolgendo da anni, fra le altre, analisi di ammendanti del suolo, ha condotto un’indagine per valutare la presenza di PCB in questa particolare matrice coinvolta nella catena alimentare, quindi possibile fonte di Policlorobifenili.
L’analisi è stata rivolta alle seguenti tipologie di campioni: ammendanti compostati misti, prodotti ottenuti dal compostaggio di scarti da manutenzione del verde ornamentale e dalla frazione organica (RSU) proveniente dalla raccolta differenziata, fanghi, e digestati biologici.

I materiali analizzati rappresentano “matrici complesse” che richiedono una fase di purificazione adeguata per evitare falsi positivi durante le analisi.
Si è proceduto in accordo con il metodo CNR IRSA 24B Q64 Vol. 3 1988 con due purificazioni dell’estratto: l’uno con florisil e l’altro con gel di silice.
Segue tabella riportante i dati ottenuti dopo le due fasi di purificazione:

PCB mg/kg ss
CampioneABCDEF
DigestatoFangoDigestatoACMACMACMValore Soglia
1° Purificazione0.0540.2330.1810.1760.4500.0400.8
2° Purificazione0.0540.1330.0850.1650.1660.039

*valore soglia proposto nella bozza “End of waste” EU – 2013

È evidente che la quantificazione dopo la seconda purificazione è sensibilmente ridotta in quanto permette l’eliminazione di molecole interferenti laddove presenti.
Se l’analisi si rivolge esclusivamente ai PCB tossicologicamente più pericolosi, le concentrazioni rilevate sono le seguenti:

PCB* mg/kg ss
CampioneABCDEF
DigestatoFangoDigestatoACMACMACM
2° Purificazione0.0200.0730.0290.0690.1140.014

*Congeneri: 28, 52, 95, 99, 101, 110, 128, 138, 146, 149, 151, 153, 170, 177, 180, 183, 187, 77, 81, 105, 114, 118, 123, 126, 156, 157, 167, 169, 189

Tutti i campioni analizzati hanno evidenziato la presenza di PCB, in concentrazioni comprese tra i 14 e i 114 μg/kg ss.
Si ritiene auspicabile che in generale siano effettuati sempre monitoraggi della presenza di PCB negli ammendanti del suolo, per il ruolo che ricoprono nella catena alimentare; in particolare che il Legislatore ponga limiti per il parametro PCB negli ammendanti rivolgendosi ai congeneri più pericolosi, quali reali indicatori di possibili effetti sull’uomo, specificando correttamente l’applicazione della norma di riferimento, in particolare adottando le corrette fasi di purificazione.

CONTAMINAZIONE DEI SUOLI DA IDROCARBURI
Speciazione degli idrocarburi secondo il metodo Madep

“Method for the determination of extractable petroluem hydrocarbons (EPH)” Rev.1.1 del 2004

idrocarburi02In presenza di contaminazione di un “sito” la norma consente di percorrere l’iter dell’analisi di rischio piuttosto che della bonifica, intesa come rimozione del/degli inquinanti. L’analisi di rischio può consentire, infatti, un intervento economicamente meno oneroso, riducendo per esempio i volumi di terreno coinvolto nella bonifica o permettendo, per le aree con attività produttiva in essere, la continuazione dell’attività stessa.

Gli idrocarburi sono tra i contaminanti più frequenti nei siti industriali, ma  la voce “idrocarburi” include una famiglia molto eterogenea di sostanze comprendente:

  • alcani lineari;
  • alcani ramificati;
  • aromatici;
  • policiclici;
  • ecc….

Ciascuna componente presenta una tossicità e quindi una pericolosità per l’uomo e l’ambiente molto diversa, motivo per cui, nel caso di analisi di rischio, si rende necessario identificare e quantificare la presenza delle singole componenti della miscela idrocarburica.

L’ identificazione delle varie componenti è definita speciazione degli idrocarburi.

Le diverse frazioni di idrocarburi verranno poi inserite in un processo di calcolo che permetterà di identificare la concentrazione massima accettabile per poter lasciare in situ il terreno contaminato e procedere con monitoraggio nel tempo al fine di  assicurarsi che la situazione non peggiori.

Esistono numerosi software di calcolo, tra cui i più noti sono: Giuditta© realizzato dalla provincia di Milano negli anni ’90,  attualmente aggiornato alla versione 3.2; e Risk Net© versione1 dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Entrambi i software fanno riferimento al metodo di analisi Madep (Massachusetts Department of Environmental Protection).  Il metodo di analisi permette la suddivisione delle frazioni di idrocarburi alifatici ed aromatici in singole voci molto dettagliate.

Trattandosi di un metodo americano esso presenta ovviamente alcune difformità rispetto a quanto previsto dalla normativa italiana. Gli idrocarburi alifatici basso bollenti per esempio sono compresi tra C9 e C18, mentre il DLgs 152/06 prevede C<12; ed ancora, secondo il Madep per idrocarburi totali si intendono gli idrocarburi da C9 a C36.

In conclusione è indispensabile, quindi,  interfacciarsi con laboratori in grado di fornire un’analisi che si attenga strettamente a quanto previsto dal metodo Maped. Ciò permetterà di poter utilizzare i dati in piena autonomia pur utilizzando software di calcolo diversi; infatti si potrà procedere con la sommatoria delle singole frazioni previste dagli algoritmi di calcolo. Rimane comunque inprescindibile la necessità di interfacciarsi con l’Autorità competente per concordare quale software utilizzare.

Contattaci

La norma UNI CEI EN ISO/IEC 17025:2005 obbliga i Laboratori accreditati a redigere un piano di partecipazione ai ring test, nonché a monitorare i risultati ottenuti, prevedendo se necessario miglioramenti alle proprie procedure.

Il laboratorio riceve un campione a concentrazione incognita, svolge le analisi come da routine ed invia alla società organizzatrice i risultati ottenuti. Successivamente il Laboratorio riceve i risultati della propria performance. Valori ottenuti entro i 2 Z score sono ritenuti soddisfacenti, quelli tra 2 e 3 discutibili e quelli oltre il 3 non soddisfacenti.

 Z = (x-X)/SDPA

Dove:
x= valore ottenuto da EST
X= valore assegnato
SDPA deviazione standard

Il laboratorio EST ha partecipato allo schema:
Contest – Contaminated Land Proficiency Scheme, organizzato da LGC Great Britain
Di seguito riportiamo i risultati ottenuti dal Laboratorio EST:

SampleAnalyteResultAssigned ValueUnitPerf ScoreAssessment
SoilAcenaphthene0.610.68mg/kg-0,52Ottimo
SoilAcenaphthene2.382.75mg/kg-0,59Ottimo
SoilAnthracene2.823.14mg/kg-0,51Ottimo
SoilBenz(a)anthracene8.8410.40mg/kg-0,75Ottimo
SoilBenzo(b)fluoranthene6.249.40mg/kg-1,68Buono
SoilBenzo(k)fluoranthene3.594.09mg/kg-0,61Ottimo
SoilBenz(a)pyrene6.387.43mg/kg-0,71Ottimo
SoilChrysene8.788.91mg/kg-0,07Ottimo
SoilFluoranthene24.6528.87mg/kg-0,73Ottimo
SoilFluorene4.264.45mg/kg-0,21Ottimo
SoilIndeno(1,2,3-cd)pyrene6.634.80mg/kg1,91Buono
SoilNaphthalene2.613.44mg/kg-1,21Buono
SoilPhenanthrene23.9324.57mg/kg-0,13Ottimo
SoilPyrene20.8823.09mg/kg-0,48Ottimo
SoilPCB (28)0.00300.0030mg/kg0Ottimo
SoilPCB (52)0.00300.0022mg/kg1,86Buono
SoilPCB (138)0.00300.0023mg/kg1,4Buono

 

Come si evince dalla tabella i risultati sono tutti più che soddisfacenti, il campione è risultato contaminato da Idrocarburi Policiclici Aromatici a diverse concentrazioni da 0.68 mg/Kg dell’acenaftene a 28.87 mg/kg del fluorantene. Il laboratorio ha testato la propria capacità a concentrazioni molto diverse ma paragonabili ai limiti di legge, infatti il DLgs 152/2006 indica  limiti da 0.1 a 50 mg/Kg per i singoli IPA nei terreni.

L’analisi dei congeneri 25, 52 e 138 dei PCB è risultata particolarmente difficoltosa perché il campione presentava forti interferenze. Questo circuito interlaboratorio  ha permesso di verificare e confermare  la competenza analitica del Laboratorio nei dintorni del limite di rilevabilità del metodo.

Limi di lavaggio di inerti contenenti residui di acrilamide
Analisi di limi di lavaggio contenenti flocculanti con acrilamide o poliacrilamide

La poliacrilamide è utilizzata come agente flocculante nei limi da lavaggio di inerti. Essa viene prodotta dal suo monomero, parte del monomero d’origine rimane nella formulazione come residuo.

Una recente risposta dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha indicato che tale flocculante non debba essere utilizzato per i limi di lavaggio inerti. Infatti l’utilizzo della poliacrilamide implica il contemporaneo rilascio di una quantità non meglio precisata di acrilamide monomero. Così facendo, il materiale risultante presenta un aumento del rischio rispetto al materiale di origine.

…Continua a leggere…

-->