farmaci antiblastici
Farmaci antiblastici: valutazione dei rischi per gli operatori sanitari
Il rischio di esposizione ai farmaci antiblastici per gli operatori sanitari, un tema particolarmente complesso e critico

Il tema del rischio di esposizione ai farmaci antiblastici (chemioterapici) degli operatori sanitari risulta particolarmente critico, sia sotto il profilo sostanziale (rischio effettivo per gli operatori) sia sotto il profilo formale (adempimenti conseguenti all’applicazione del DLgs 81/2008).

E’ noto infatti che, pur essendo esclusi (in quanto farmaci) dall’applicazione della classificazione di pericolosità secondo il Regolamento CLP, ai chemioterapici antiblastici si applica quanto previsto dal Decreto 81 per gli agenti cancerogeni.

La normativa prevede infatti che, per le sostanze e miscele pericolose alle quali non si applica il Regolamento CLP, ma che rispondono ai criteri di classificazione come cancerogeni o mutageni di categorie 1A e 1B secondo quanto stabilito dall’Allegato I del Regolamento CLP, si applicano i disposti di cui al Titolo IX, Capo II del DLgs 81/2008 (agenti cancerogeni e mutageni).

Tra i chemioterapici antiblastici riconosciuti come cancerogeni si annoverano ad esempio i seguenti:

  • Cisplatino
  • Dacarbazina
  • Doxorubicina
  • Etoposide
  • Gemcitabina
  • Mitomicina C.

Per la corretta valutazione dei rischi di esposizione ad antiblastici è necessario considerare i seguenti elementi:

  • Tipo e quantità di farmaci manipolati
  • Modalità di acquisizione e conservazione dei farmaci di partenza
  • Modalità di allestimento dei farmaci, nella forma e dose prevista per il singolo paziente
  • Modalità di trasporto e consegna dei farmaci preparati
  • Modalità di somministrazione dei farmaci al paziente
  • Modalità di smaltimento dei rifiuti contenenti residui di chemioterapici
  • Personale sanitario impegnato in ciascuna delle fasi sopra descritte e relativi tempi di lavoro
  • Caratteristiche degli ambienti di lavoro
  • Presidi preventivi presenti (es. cappe di aspirazione)
  • Caratteristiche dei Dispositivi di Protezione Individuale utilizzati
  • Procedure operative scritte adottate
  • Procedure di emergenza da adottarsi in caso di evento incidentale.

Nel caso di manipolazione di farmaci antiblastici è quindi necessario redigere un Documento di Valutazione dei Rischi specifico, nel quale vengano esaminati tutti gli aspetti sopraelencati, individuando le criticità e le eventuali carenze, definendo un quadro esaustivo degli obblighi formali conseguenti all’applicazione del DLgs 81/08, Titolo IX, Capo II, che evidenzi lo stato di attuazione degli obblighi e le eventuali azioni migliorative indicate.

Cosa possiamo fare per TE?

Per ulteriori approfondimenti sull’argomento non esitare a contattarci attraverso la nostra pagina contatti o attraverso il link qui sotto.
I nostri tecnici sono a disposizione per esaminare tutti gli aspetti indicati in precedenza e personalizzare, per la tua attività, una proposta di intervento adeguata ed esaustiva nel rispetto delle adempienze in materia di igiene del lavoro

cromo esavalente cromo6
Cromo esavalente in acque potabili – Prorogata l’entrata in vigore del nuovo limite
A seguito dei rilievi presentati dalla Federazione delle imprese che gestiscono il servizio integrato, l’entrata in vigore del disposto del DM 14/11/2016 è prorogato al 31/12/2018.

In una precedente pubblicazione, abbiamo segnalato l’entrata in vigore del Decreto Ministeriale 14/11/2016 del Ministero della Salute con cui si apportavano modifiche al D.Lgs. 31/2001. Quest’ultimo definisce il profilo di identità delle acque destinate al consumo umano, le acque potabili, in riferimento alla Direttiva Comunitaria 98/83/CE.

La modifica prevede l’introduzione di un “valore limite” sul contenuto di Cromo Esavalente pari a 10 μg/l, ove prima vigeva un limite come Cromo Totale pari a 50 μg/l.

Questa emanazione ha reso evidente come il concerto con il Codice Ambiente D.Lgs. 152/2006 diventasse critico in quanto, nella parte relativa alla qualità delle acque sotterranee, definisce per il parametro Cromo Esavalente una concentrazione soglia di contaminazione pari a 5 μg/l, “valore al di sopra del quale occorre la caratterizzazione del sito e l’analisi del rischio”.

Il Cromo esavalente è elemento pericoloso e classificato cancerogeno (IARC classe I) ma in passato è stato raramente monitorato nelle acque destinate al consumo umano, se non a fronte di evidenti episodi di contaminazione. Ne consegue che delineare la situazione di partenza per questo parametro e lo stato di salute dei bacini di approvvigionamento sia tutt’altro che semplice.

Visto tutto ciò Utilitalia (Federazione delle imprese energetiche idriche ambientali) aveva richiesto formalmente al Ministero della Salute di valutare la possibilità di una proroga del termine di entrata in vigore del decreto stesso, avviando in contemporanea un’indagine tra i propri consociati al fine di stimare l’impatto dell’entrata in vigore del decreto medesimo.

Il Ministero con parere del 19 giugno ha accolto tale richiesta ed il DM 6 luglio 2017 dispone espressamente la proroga del DM 14 novembre 2016 e del nuovo valore di parametro per il cromo esavalente, al 31 dicembre 2018.

Merita ricordare che responsabile della “salubrità” delle acque destinate al consumo umano è il titolare della distribuzione locale (della rete acquedotto) fino al punto di consegna, cioè al contatore.

Oltre il contatore, è il legale rappresentante dell’edificio o della struttura di stabilimento che deve prendersi carico del mantenimento dello standard qualitativo ai punti di somministrazione finale.

Cosa possiamo fare per TE?

Se siete interessati ad avviare un’indagine preventiva o semplicemente volete avere ulteriori informazioni potete contattarci cliccando sull’immagine sottostante.

residui di produzione
Residui di produzione: sottoprodotti o rifiuti?
Ulteriori informazioni ministeriali su come dimostrare la sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti

Il 13 ottobre 2016 è stato emanato il Decreto Ministeriale n. 264 “Regolamento recante criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti” col fine di favorire ed agevolare l’utilizzo come sottoprodotti di sostanze ed oggetti che derivano da un processo di produzione e che rispettano specifici criteri.

Merita innanzitutto ricordare che i SOTTOPRODOTTI non sono soggetti alla disciplina sui rifiuti, con evidenti benefici sul piano economico, amministrativo (autorizzazioni, registri, …) e sanzionatorio.

Il decreto definisce alcune modalità con cui il detentore del residuo di produzione può dimostrare che sono soddisfatte le condizioni generali previste dalla normativa:

  1. la sostanza è originata da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza;
  2. è certo l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione da parte del produttore o di terzi;
  3. la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
  4. l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.

La delicatezza della materia e la difficoltà interpretativa hanno richiesto successivi interventi del Ministero, che con altrettante circolari, ha inteso chiarire l’interpretazione relativa all’elenco pubblico istituito presso le Camere di Commercio e le modalità applicative del decreto stesso.

Il recente Decreto ha posto l’attenzione su alcuni aspetti specifici come, la certezza dell’utilizzo, la scheda tecnica, le norme di impiego e la piattaforma di scambio.

CERTEZZA DELL’UTILIZZO

Deve essere dimostrata dal momento della produzione del residuo fino al momento dell’impiego dello stesso. Sia il produttore che il detentore devono assicurare, ciascuno per quanto di propria competenza, l’organizzazione e la continuità di un sistema di gestione, incluse le fasi di deposito e trasporto, che, per tempi e modalità, consenta l’identificazione e l’utilizzazione effettiva del sottoprodotto.
La certezza dell’utilizzo presuppone che l’attività in cui il residuo deve essere utilizzato sia individuato o individuabile già al momento della produzione dello stesso. A tal fine costituisce elemento di prova l’esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo, eventuali intermediari e gli utilizzatori, dai quali si evincano le informazioni relative alle caratteristiche tecniche dei sottoprodotti, alle relative modalità di utilizzo e alle condizioni della cessione che devono risultare vantaggiose e assicurare la produzione di una utilità economica o di altro tipo.

SCHEDA TECNICA

In mancanza della documentazione sopra citata, il requisito della certezza dell’utilizzo e l’intenzione di non disfarsi del residuo sono dimostrati mediante la predisposizione di una scheda tecnica, che deve essere rivista ogniqualvolta ci siano modifiche sostanziali del processo di produzione o di destinazione del sottoprodotto tali da comportare variazioni delle informazioni rese.

NORME DI IMPIEGO

Il decreto elenca le principali norme che regolamentano l’impiego, nonché una serie di operazioni e di attività che possono costituire normali pratiche industriali per le tipologie di residui di produzione appartenenti alle biomasse. Viene inoltre specificato come effettuare il deposito e la movimentazione del sottoprodotto al fine di assicurare la certezza del suo utilizzo.

PIATTAFORMA DI SCAMBIO

Dal 12 maggio 2017 è attiva la piattaforma di scambio tra domanda ed offerta (istituita presso le Camere di Commercio territorialmente competenti), alla quale si iscrivono i produttori e gli utilizzatori di sottoprodotti. Lo scopo è di facilitare l’incontro delle due parti.
L’introduzione del sottoprodotto nell’elenco non rappresenta di per sé un requisito sufficiente abilitante per i produttori e gli utilizzatori di sottoprodotti e non qualifica un residuo come sottoprodotto, come d’altra parte, la mancata iscrizione non comporta l’immediata inclusione del residuo nel novero dei rifiuti. L’elenco è da considerarsi un’opportunità per produttori e utilizzatori del sottoprodotto che intendano avvalersi delle modalità previste dal D.M. 264 del 2016 per dimostrare la sussistenza dei requisiti richiesti dalla norma.
L’iscrizione all’elenco va presentata alla Camera di Commercio della Provincia nella quale si trova l’impianto.

Si ricorda che resta ferma l’applicazione della disciplina in materia di rifiuti, qualora, in considerazione delle modalità di deposito o di gestione dei materiali o delle sostanze, siano accertati l’intenzione, l’atto o il fatto di disfarsi degli stessi.

Si raccomanda pertanto alle Aziende coinvolte nella gestione dei sottoprodotti di porre particolare attenzione alla predisposizione della documentazione atta a dimostrare il soddisfacimento dei requisiti di cui all’art. 184-bis del D.Lgs 152/06, necessari affinché uno scarto di produzione abbia la qualifica di sottoprodotto.

Cosa possiamo fare per TE?

La fase preparatoria alla gestione del sottoprodotto è delicata e cruciale. Se hai bisogno di supporto o di ulteriori approfondimenti non esitare e contatta il nostro TEAM (30 anni di esperienza nel campo della gestione dei rifiuti, dei sottoprodotti e degli End of Waste).

End of Waste segatura trucioli legno
La Corte di Cassazione boccia la qualifica di End of Waste per truciolati e segatura
Come definire la cessazione della qualifica di rifiuto?

Quando un rifiuto cessa di essere tale?

Sembra non esistere una risposta univoca a questa domanda, sebbene l’articolo 184 del D.Lgs. 152 del 2006 definisca le condizioni che il rifiuto deve soddisfare per assumere la tanto agognata qualifica di End of Waste.

Ne è prova il fatto che la recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 5442 del 6 febbraio 2017, ha ribaltato la decisione del giudice di merito che aveva stabilito che il rifiuto in esame, costituito da truciolati e segatura, cessava di essere rifiuto in forza del fatto che “veniva costantemente ceduto ad altra società dietro fatturato pagamento di denaro”.

La Suprema Corte ha ritenuto invece che non si possa negare la qualifica di rifiuto ai materiali in esame senza considerarne la natura e la destinazione in ragione delle intenzioni del detentore. La posizione, decisamente rigida, è stata motivata col fatto che “opinare in termini diversi, al pari del primo giudice, comporterebbe dunque la facile creazione di pericolose aree di impunità, nelle quali numerose condotte oggettivamente integranti una fattispecie di reato ben potrebbero essere dissimulate da accordi- dolosamente preordinati- volti a privare il bene di una particolare qualità già a monte acquisita ed insuscettibile di esser cancellata”.

Continua quindi ad essere alimentata la confusione esistente attorno ai concetti di “End of Waste” e di “sottoprodotto”. Questo scoraggia le Aziende ad utilizzare tali qualifiche per i propri scarti di produzione.

In questo modo le Aziende rinunciano ad una gestione dei propri scarti di produzione molto meno onerosa, sia dal punto di vista economico che delle responsabilità del produttore, rispetto a quella riservata ai rifiuti.

Cosa possiamo fare per te?

I nostri tecnici, che da anni affiancano le Aziende nell’ottimizzazione della gestione dei propri scarti di produzione e rifiuti, sono a vostra disposizione.

invarianza idraulica idrologica
Invarianza idrologica ed idraulica
E' in fase di definizione il nuovo regolamento di Regione Lombardia

Il tema della gestione delle acque piovane in ambito urbano rappresenta uno dei principali problemi legati alla risorsa idrica. L’Unione Europea, su questo specifico tema, promuove la ricerca di soluzioni integrate in grado di introdurre sistemi di innovazione tecnologica e misure di tutela ambientale.

Regione Lombardia, con la Legge Regionale n. 4 del 15/03/2016, ha dato risposta a tali aspetti attuando una revisione della normativa in materia di difesa del suolo, di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico e di gestione dei corsi d’acqua.

In particolare, al fine di prevenire e di mitigare i fenomeni di esondazione e di dissesto idrogeologico provocati dall’incremento dell’impermeabilizzazione dei suoli e, conseguentemente, di contribuire ad assicurare elevati livelli di salvaguardia idraulica e ambientale, la norma ha previsto l’emanazione di un regolamento contenente criteri e metodi per l’attuazione del principio di invarianza idraulica e idrologica.

Il regolamento è in fase di elaborazione. In particolare, ad oggi è all’esame la bozza definitiva, che dovrà poi essere recepita dai Regolamenti Edilizi comunali.

Ma cosa si intende indicare con questi termini?

INVARIANZA IDRAULICA

Principio in base al quale la portata al colmo di piena risultante dal drenaggio di un’area debba essere costante prima e dopo la trasformazione dell’uso del suolo in quell’area.

INVARIANZA IDROLOGICA

Principio in base al quale sia le portate sia i volumi di deflusso meteorico scaricati dalle aree urbanizzate nei ricettori naturali o artificiali di valle non sono maggiori di quelli preesistenti la trasformazione dell’uso del suolo in quell’area.

DRENAGGIO URBANO SOSTENIBILE

Strumento volto a contenere gli apporti di acque meteoriche ai corpi idrici ricettori mediante il controllo alla sorgente delle acque meteoriche ed a ridurre il degrado qualitativo delle acque. I sistemi di drenaggio urbano sostenibili tendono:
  • ridurre gli effetti idrologici e idraulici dell’impermeabilizzazione;
  • migliorare la qualità delle acque;
  • integrare il design del verde nella città.

I principi di invarianza idraulica e idrologica si applicano agli interventi di ristrutturazione edilizia, urbanistica e di nuova costruzione, considerando la condizione “zero” rispetto all’urbanizzazione e non quella pre-intervento eventualmente già alterata.

Il regolamento definisce, nello specifico:

  • ambiti territoriali di applicazione, distinguendo in funzione delle criticità idrauliche del territorio;
  • portate limite ammissibili allo scarico in corpo recettore;
  • modalità di calcolo delle portate;
  • requisiti minimi da adottare in fase di progettazione di nuovi interventi o ristrutturazioni.

Le Amministrazioni Comunali, inoltre, in funzione delle criticità idrauliche evidenziate sul territorio di competenza, sono tenute anche a redigere, secondo livelli di approfondimento differenziati, uno studio di valutazione e gestione del rischio idraulico comunale, con conseguente adeguamento degli atti costituenti il Piano di Governo del Territorio.

Cosa possiamo fare per te?

Siamo a disposizione delle Amministrazioni Comunali, con particolare priorità a chi ha in corso o attiverà a breve una variante allo strumento urbanistico, per valutare le modalità più idonee a recepire le indicazioni di carattere sovraordinato che deriveranno dall’approvazione e pubblicazione del Regolamento.

terre e rocce da scavo
Terre e rocce da scavo
Approvato in via definitiva il nuovo Decreto

Venerdì 19/05/2017 il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via definitiva, il nuovo Decreto sulle terre e rocce da scavo. Il Decreto sarà presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

Una volta in vigore abrogherà le precedenti norme sul tema:

  • il DM 161/2012 (Regolamento sulla disciplina dell’utilizzazione delle terre e rocce da scavo);
  • gli articoli 41 e 41bis del D.L. 69/2013 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia);
  • l’articolo 184 bis del D.Lgs. 152/2006 (Norme in materia ambientale);
  • eventuali altre norme sparse in vari decreti.

Obiettivo del Decreto è riscrivere in modo semplificato una disciplina che, attualmente, si presenta alquanto complessa ed articolata.

La nuova norma (numerose disposizioni comuni alle differenti casistiche) dettaglia anche procedure specifiche differenziando tra cantieri di grandi e di piccole dimensioni.

Tra le principali novità segnaliamo:

  • semplificazione delle procedure per la gestione ed il riutilizzo delle terre e rocce da scavo
  • introduzione della possibilità di proroga di due anni della durata del piano di utilizzo nei cantieri di grandi dimensioni
  • semplificazione della procedura per modifiche sostanziali al piano di utilizzo approvato
  • disciplina chiara e dettagliata del deposito intermedio
  • modificazione delle caratteristiche del deposito temporaneo per le terre e rocce qualificate come rifiuti
  • esclusione dei “residui della lavorazione dei materiali lapidei” dalla nozione di terre e rocce da scavo
  • definizione delle procedure per gli scavi e la caratterizzazione dei terreni generati dalle opere da realizzare nei siti oggetto di bonifica
  • regolamentazione dell’utilizzo, all’interno di un sito oggetto di bonifica, delle terre e rocce scavate
  • imposizione di tempistiche certe per attività di controllo

Forniremo ulteriori approfondimenti non appena sarà disponibile il testo definitivo, una volta ufficialmente pubblicato in Gazzetta.

Cosa possiamo fare per te?

Nel frattempo, rispondiamo ad ogni richiesta sull’argomento per affiancare chi necessita di impostare pratiche edilizie che prevedono la realizzazione di scavi e la gestione dei materiali da essi generati.

impianti per rifiuti sottoprodotti
Rifiuti? No, sottoprodotti!
Il Ministero chiarisce come dimostrare la qualifica di sottoprodotto

Tutte le attività produttive e commerciali possono generare scarti e residui che molto spesso entrano nel circuito dei rifiuti. Questo comporta ingenti oneri di gestione e grandi responsabilità, con possibili conseguenze di carattere anche penale.

Alcuni residui, a condizione che rispettino i criteri definiti dal D.Lgs. 152 del 2006, possono essere considerati sottoprodotti anziché rifiuti. E’ così possibile beneficiare di una gestione meno onerosa sia dal punto di vista economico che delle responsabilità del produttore.

Per favorire ed agevolare l’utilizzo come sottoprodotti di sostanze ed oggetti che derivano da un processo di produzione e di servizi, il Ministero, col Decreto n° 264 del 2016, definisce alcune modalità con le quali il detentore può dimostrare la qualifica di sottoprodotto.

Inoltre, specifica e dettaglia:

  • un elenco delle principali norme che regolamentano l’impiego;
  • una serie di operazioni e di attività che possono costituire normali pratiche industriali per le biomasse;
  • come effettuare il deposito e la movimentazione del sottoprodotto al fine di assicurare la certezza del suo utilizzo;
  • riproduce la scheda tecnica e la dichiarazione di conformità da predisporre in mancanza di esistenza di rapporti o impegni contrattuali tra il produttore del residuo e gli utilizzatori.

Per verificare l’applicabilità del Decreto alle diverse realtà industriali, artigianali e commerciali è necessario analizzare nel dettaglio:

  • i processi che generano scarti e residui;
  • l’attuale gestione e destino dei residui di produzione.

Cosa possiamo fare per te?

Da molti anni, il nostro staff affianca le aziende per l’ottimizzazione della gestione dei processi in un’ottica di tutela dell’ambiente.
Abbiamo quindi l’esperienza per offrire supporto nella fase di analisi e approfondimento dei tuoi processi produttivi.

miscelazione di rifiuti
Miscelazione di rifiuti: deve sempre essere autorizzata
Così sancisce una sentenza della Corte Costituzionale

Chi effettua trattamento dei rifiuti sa perfettamente quanto sia articolata e puntuale la normativa comunitaria e nazionale in materia.

La situazione è particolarmente complessa nel caso della miscelazione di rifiuti. È un’operazione molto delicata per assicurare la corretta gestione dei rifiuti e i possibili impatti ambientali che ne derivano. Per questo motivo tale attività è regolamentata a diversi livelli istituzionali, con normative che si prestano a differenti interpretazioni.

Lo scorso aprile la Corte Costituzionale con sentenza n.75 ha dichiarato incostituzionale il concetto introdotto dalla legge n. 221 del 2015 relativamente al fatto che “le miscelazioni non vietate non sono sottoposte ad autorizzazione e non possono essere soggette a prescrizioni o limitazioni diverse od ulteriori rispetto a quelle previste per legge”.

L’articolato della sentenza evidenzia che ai sensi della normativa comunitaria:

Gli Stati membri impongono a qualsiasi ente o impresa che intende effettuare il trattamento dei rifiuti di ottenere l’autorizzazione dell’autorità competente.

Anche la miscelazione viene identificata tra le operazioni di recupero/smaltimento, quindi tra i possibili trattamenti ammessi sui rifiuti stessi. Tale appartenenza è confermata anche dalla normativa nazionale, con particolare riferimento al Decreto legislativo 36/2003  ed al Decreto Legislativo 152/2006.

Diventa quindi fondamentale per le Aziende che effettuano miscelazione di rifiuti (sia produttori che operatori nel trattamento, smaltimento e recupero), verificare la propria posizione rispetto alla normativa vigente al fine di evitare sanzioni o di incappare in inottemperanze.

Cosa possiamo fare per te?

Da molti anni, il nostro staff affianca le aziende per l’ottimizzazione della gestione dei processi in un’ottica di tutela dell’ambiente.
Abbiamo quindi l’esperienza per offrire supporto nella fase di analisi e approfondimento dei tuoi processi produttivi.

recupero locali seminterrati lombardia
Regione Lombardia promuove il recupero dei locali seminterrati
Regione Lombardia ha approvato la Legge Regionale n. 7 del 10/03/2017 “Recupero dei vani e locali seminterrati esistenti”, con l’obiettivo di limitare il consumo di suolo dedicato all’edificazione.

COSA PREVEDE LA LEGGE REGIONALE

Articolo 1 – finalità e presupposti – “La Regione promuove il recupero dei vani e locali seminterrati ad uso residenziale, terziario o commerciale, con gli obiettivi di incentivare la rigenerazione urbana, contenere il consumo di suolo e favorire l’installazione di impianti tecnologici di contenimento dei consumi energetici e delle emissioni in atmosfera”.

SI TRATTA DI UNA GRANDE OPPORTUNITA’ PER CHIUNQUE SIA IN POSSESSO DI UN IMMOBILE DOTATO DI PIANO SEMINTERRATO:
AMPLIARE la metratura a disposizione per la residenza o per la gestione della propria attività
DARE VALORE aggiunto all’immobile stesso

La Legge prevede che il recupero dei seminterrati si prefiguri come un intervento di ristrutturazione edilizia.
E’ però necessario prevedere e valutare:

  • il rispetto di tutte le prescrizioni igienico-sanitarie vigenti;
  • l’installazione di opere di isolamento termico in conformità alle prescrizioni tecniche in materia contenute nelle norme nazionali, regionali e nei regolamenti vigenti, finalizzate ai consumi energetici;
  • l’abbattimento delle barriere architettoniche.

PRESCRIZIONI SANITARIE DA RISPETTARE

Relativamente al tema sottosuolo, è risaputo che la Lombardia, insieme a Lazio, Friuli Venezia Giulia e Campania, presenta tra le concentrazioni più elevate di Radon presente naturalmente nel terreno (Campagna di misura nazionale 1989-1997 Istituto Superiore di Sanità e APAT Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici).  Si tratta di un gas naturale radioattivo, inodore, incolore ed insapore, per cui non percettibile all’uomo. Sia l’Organizzazione Mondiale per la Sanità che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro lo hanno classificato come cancerogeno del gruppo 1. Secondo gli studi si tratta del secondo maggior responsabile del tumore polmonare dopo il fumo.

Dalle fratture presenti nel sottosuolo può fuoriuscire ed infiltrarsi nelle case attraverso qualsiasi tipo di fessura:

  • crepe nel pavimento;
  • giunti;
  • aperture per il passaggio di tubazioni;
  • ecc.

Ovviamente i locali interrati sono quelli maggiormente esposti. L’accumulo di gas, infatti, trova via preferenziale proprio dove la circolazione d’aria è maggiormente sfavorita.

Proprio per la sua pericolosità, la Comunità Europea e lo stato Italiano hanno emesso una serie di atti normativi a tutela della salute della popolazione (Raccomandazione Euratom 143/90) e dei luoghi di lavoro (D. Lgs 230-95 come integrato al Capo III-bis dal D. Lgs 241/2000).

Il 17 gennaio 2014, inoltre, è stata pubblicata la Direttiva 2013/59/Euratom “Norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti”.

La direttiva, da recepire entro il 6 febbraio 2018, avrà un notevole impatto sulla normativa relativa all’esposizione al radon. Infatti saranno considerati, per la prima volta nel campo di applicazione, anche gli ambienti residenziali. Lo Stato membro dovrà stabilire livelli di riferimento nazionali per le abitazioni (media annua della concentrazione di attività di radon in aria) non superiori a 300 Bq/m3.

Regione Lombardia, dal canto suo, ha pubblicato nel 2011 delle Linee Guida per dare indicazioni sia in merito al risanamento da Radon di edifici esistenti che alla prevenzione nella costruzione di edifici nuovi. Inoltre ha raccomandato a tutti i Comuni di rivedere i propri regolamenti edilizi recependo le indicazioni contenute nelle Linee Guida stesse.

LA PROPOSTA DI EST

Nell’ottica di uno sviluppo dell’edilizia del recupero, cosa possiamo fare per tranquillizzarci sul rischio di esposizione a questo gas pericoloso?

La lunga esperienza maturata nello svolgimento di indagini dirette ci consente di individuare e suggerire le migliori soluzioni. Le misure di concentrazione del radon vengono effettuate con rivelatori a tracce ad integrazione elettronica ed il monitor in continuo.

Le diverse tecniche si differenziano per il tipo di informazione fornita. Alcuni rivelatori misurano la concentrazione media di radon del periodo indagato mentre altri permettono di monitorare l’andamento temporale della concentrazione di radon, in genere su tempi più limitati.

Proponiamo di effettuare una prima misurazione SHORT TERM (qualche giorno) per avere una immediata indicazione sulla concentrazione di gas nell’ambiente.

In funzione di queste prime valutazioni, programmiamo misure LONG TERM per valutare la concentrazione media annua di radon in un locale. Effettuiamo in genere due misure semestrali consecutive, nei periodi invernale ed estivo, al fine di tener conto sia della variabilità stagionale che delle diverse condizioni meteorologiche.

INTERVENTI DI BONIFICA DISPONIBILI

E una volta ottenuti i risultati, cosa fare?

In funzione dei risultati ottenuti, in collaborazione con il proprietario individuiamo gli interventi di mitigazione e bonifica del radon più adatti al contesto ambientale, alla condizione dell’immobile ed alle concentrazioni misurate. In particolare, le soluzioni disponibili possono essere così riassunte:

  • interventi per migliorare la ventilazione dei vespai;
  • posa di sigillanti che bloccano la conduzione dell’aria del suolo all’interno delle abitazioni;
  • realizzazione di pozzetti per la variazione della pressione dell’aria del suolo.

EST si caratterizza per la capacità di affiancare i propri clienti dall’individuazione di un potenziale problema fino alla definizione ed attuazione della migliore soluzione disponibile. Possiamo consigliarvi sia sulle campagne di misura più adatte alle vostre esigenze che sui successivi interventi da adottare per la tutela della vostra salute.

cromo esavalente cromo6
Cromo esavalente nelle acque destinate al consumo umano
Il nuovo Decreto Ministeriale del 14/11/2016 introduce un valore limite sul contenuto di CROMO ESAVALENTE per le acque destinate al consumo umano

Il Ministero della Salute, di concerto con il Ministero dell’Ambiente, ha emanato un decreto (pubblicato sulla G.U. Serie Generale n. 12 del 16/01/2017) con il quale modifica il D.Lgs. 31/2001; quest’ultimo, in riferimento alla Direttiva Comunitaria, definisce il profilo di identità delle acque destinate al consumo umano, note anche come “acque potabili”.

La modifica suddetta prevede l’introduzione di un “valore limite” sul contenuto di CROMO ESAVALENTE pari a 10 μg/l. Tale valore è stato definito in adozione del “principio di precauzione” e sulla base delle misure recentemente adottate dal Regno Unito (sic).

Merita dare evidenza a quanto richiamato nelle premesse del Decreto, cioè che il cosiddetto “Codice dell’Ambiente” (D.Lgs. 152/2006) nella parte relativa alla qualità delle acque sotterranee definisce, per il parametro CROMO ESAVALENTE, una concentrazione soglia di contaminazione pari a 5 μg/l, “valore al di sopra del quale occorre la caratterizzazione del sito e l’analisi del rischio”.

In sintesi quindi:

  • CROMO TOTALE: limite per acque sotterranee e acque destinate al consumo umano                     50 μg/l
  • CROMO ESAVALENTE: limite per le acque sotterranee                                                                             5 μg/l
  • CROMO ESAVALENTE: limite per le acque destinate al consumo umano                                           10 μg/l

Il valore limite suddetto, per un elemento sicuramente pericoloso e classificato cancerogeno (IARC classe I) ma in passato raramente monitorato, pare difficilmente riscontrabile esaminando anche i dati di archivio a disposizione. Peraltro, nonostante siano noti episodi di contaminazione da Cromo Esavalente nella Pianura Padana, nei siti web dei gestori del Sistema Idrico Integrato, dove è possibile consultare i valori analitici dei parametri monitorati nelle acque destinate al consumo umano, tale parametro non compare nel set analitico di riferimento.

Merita infine ricordare che responsabile della “salubrità” delle acque destinate al consumo umano è il titolare della distribuzione, cioè l’Ente erogatore che gestisce la rete acquedottistica, fino al punto di consegna, cioè il contatore.
Oltre il contatore, è il legale rappresentante dell’edificio o della struttura di stabilimento che deve prendersi carico del mantenimento dello standard qualitativo ai punti di somministrazione finale.

A questo indirizzo è possibile leggere il DECRETO 14 novembre 2016.

Invitiamo, quindi, tutti i soggetti potenzialmente coinvolti a contattarci
Una semplice misura consentirà di tranquillizzarvi.